Concessionari Italiani

Danilo Bonometti, Bonometti Centrocaravan

Da sessant’anni nel mercato: la storia di Bonometti tra imprenditoria e passione

Nata come piccola attività di officina e diventata protagonista del caravanning italiano, Bonometti Centro Caravan compie 60 anni. In questa intervista-racconto Danilo Bonometti ripercorre le tappe di una crescita costruita su intuizione, coraggio e capacità di anticipare il mercato, dalle roulotte Nardi ai grandi gruppi europei

Testo di Antonio Mazzucchelli

La prima caravan non si scorda mai. E quella di Danilo Bonometti aveva quattro nomi: Monica, Sabina, Patrizia e Valentina. Era l’agosto del 1974 quando, rientrando da una delle sue frequenti trasferte a Torino, Danilo fece recapitare a casa quattro caravan nuove di zecca della Nardi. Un acquisto d’istinto, quasi improvviso, che avrebbe cambiato per sempre la sua vita – e, con essa, una parte importante della storia del caravanning italiano. Sessant’anni dopo la fondazione dell’azienda, che nel 2026 taglia il traguardo delle 60 candeline, quella scelta racconta ancora molto del modo di fare impresa dell’85enne Danilo Bonometti: visione, coraggio e una passione autentica per il viaggio en plein air. Nata nel 1966 come piccola ditta individuale per la vendita di pneumatici e accessori per auto, Bonometti è cresciuta passo dopo passo fino a diventare uno dei più grandi e strutturati centri camper e caravan d’Italia. Un percorso costruito con pazienza, investimenti importanti e una capacità rara di anticipare l’evoluzione del mercato, quando il turismo itinerante muoveva ancora i primi passi. In questa intervista-racconto, Danilo Bonometti ripercorre le tappe fondamentali di una storia imprenditoriale che si intreccia con quella della sua famiglia e di un intero settore, guardando al passato con orgoglio e al futuro con la stessa curiosità di allora.

Marzotto e l’Olivetti
Prima ancora di diventare uno dei nomi di riferimento del caravanning italiano, la storia di Danilo Bonometti incrocia una delle grandi stagioni dell’industria italiana. Siamo all’inizio degli anni Sessanta, nel cuore del Gruppo Marzotto, quando l’innovazione passa per le prime applicazioni dell’informatica industriale. Danilo arriva alla Marzotto dalla provincia di Bolzano dopo aver superato un concorso altamente selettivo: migliaia di candidati, poche decine di ammessi, e infine un gruppo ristrettissimo chiamato a lavorare su una macchina che allora sembrava quasi fantascienza: il calcolatore elettronico Olivetti ELEA, uno dei primi computer utilizzati in una grande azienda manifatturiera italiana. “Eravamo tra i primi in Italia a lavorare su quel sistema. Non c’era nulla di standardizzato: si costruiva tutto, passo dopo passo,” ricorda Danilo Bonometti. “Quando arrivai alla Marzotto, entrai in un mondo che oggi non esiste più, ma che per decenni ha rappresentato una delle espressioni più avanzate dell’industria italiana. Non solo una fabbrica, ma un vero gruppo sociale e produttivo, capace di modellare il territorio e la vita delle persone”.
Attorno all’industria cresceva infatti la città di Valdagno, trasformata nel tempo nella celebre Città sociale voluta dal conte Gaetano Marzotto Jr, figlio di Vittorio Emanuele. Un progetto urbanistico e sociale di straordinaria modernità per l’epoca, fondato su un’idea precisa: lo sviluppo industriale doveva andare di pari passo con il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie. Il villaggio operaio, sorto ai piedi del vecchio centro storico di Valdagno, era dotato di tutto ciò che poteva servire a una comunità autosufficiente e organizzata: asili, scuole, ospedale, casa di riposo, dopolavoro, teatro. Per i bambini erano previste colonie estive sulle Dolomiti e a Jesolo, per gli adulti un albergo sul Monte Albieri. Le case per gli operai e le ville per i dirigenti riflettevano una gerarchia chiara, ma anche una visione paternalistica e ordinata del lavoro e della società. “Era una città nella città. Tutto funzionava. Tutto aveva un senso,” racconta Danilo. “Alla Marzotto lavoravo alla meccanizzazione dei sistemi contabili e produttivi, e arrivai a gestire progetti complessi come l’informatizzazione del copertificio di Trissino. Riportavo direttamente al conte Pietro Marzotto e con lui avevo un rapporto diretto e continuativo”. Nel frattempo, però, l’Italia stava cambiando.
Nel 1966, mentre è ancora dipendente Marzotto, Danilo fonda una sua attività: GEA – Gomme Emporio Accessori, inizialmente legata al mondo dell’auto. È un doppio binario impegnativo, ma destinato a diventare una scelta definitiva. Sono gli anni delle tensioni sindacali, delle manifestazioni, dei primi scossoni che incrinano un sistema industriale fino ad allora solidissimo. Danilo assiste da vicino a quella fase delicata, offrendo supporto tecnico e organizzativo in un momento complesso per la Marzotto e per l’intero territorio. Intanto, la sua attività personale cresce e chiede sempre più spazio. Arriva così il momento del confronto. “Andai dal conte Pietro Marzotto e gli dissi chiaramente che volevo mettermi in proprio. Non per andare dalla concorrenza, ma per costruire qualcosa di mio. La risposta non fu una rottura, ma una proposta fuori dal comune: un periodo di prova, quattro mesi per capire se tornare indietro o proseguire da solo. Quella stagione mi ha insegnato moltissimo. Ho visto cosa significa tenere insieme un’azienda, le persone, il lavoro, quando tutto intorno cambia”.
Quando la sua attività personale dimostra di poter camminare con le proprie gambe, la decisione diventa definitiva. Danilo lascia il Gruppo Marzotto senza strappi, dando la sua disponibilità per supportare l’azienda, portando con sé un patrimonio che va ben oltre le competenze tecniche: organizzazione, disciplina industriale, rispetto per il lavoro e per le persone, una visione sistemica dell’impresa. Elementi che diventeranno fondamentali anche nella sua futura avventura imprenditoriale.
Accanto a Danilo, sin dall’inizio, c’è sua moglie Maria Pia. Non solo presenza familiare, ma vera colonna dell’impresa, punto di equilibrio tra visione, rischio e solidità. “Io ero quello che comprava, che rischiava, che vedeva avanti. Lei teneva in mano i conti, la banca, la gestione finanziaria. Se siamo cresciuti così, lo dobbiamo a questo equilibrio”. Un ruolo silenzioso ma determinante, che accompagna ogni fase di sviluppo dell’azienda. Maria Pia gestisce con rigore la parte amministrativa, i flussi finanziari, i rapporti con gli istituti di credito, consentendo a Danilo di muoversi con libertà imprenditoriale, investendo e anticipando il mercato. In pochi anni, l’attività si amplia rapidamente: agli accessori per auto si aggiungono la compravendita di vetture usate, l’apertura di sette scuole guida in provincia di Vicenza, la gestione diretta dei rapporti con la FIAT per l’acquisto dei veicoli dei dipendenti di Mirafiori. “Il ritmo era serrato, la crescita costante. E nel 1971 arrivò il primo vero salto di qualità: la costruzione di una struttura da 5.000 metri quadrati coperti, un investimento importante che segnò il passaggio definitivo da piccola attività artigianale a attività imprenditoriale organizzata”.
L’azienda evolve, cambia pelle, si struttura. Nasce Automarket Bonometti, e con essa una visione sempre più chiara: costruire un’impresa solida, capace di reggere la crescita senza perdere il contatto con il cliente e con il territorio. È il terreno perfetto su cui, pochi anni dopo, attecchirà quell’intuizione destinata a cambiare tutto.

 1974: l’arrivo delle quattro caravan e l’inizio di tutto
Il momento che cambia davvero il corso della storia arriva nell’estate del 1974. Danilo Bonometti è ormai un imprenditore strutturato nel settore auto e delle scuole guida, con un’attività che funziona, una squadra organizzata e una visione chiara. Ma come spesso accade nelle storie imprenditoriali autentiche, la svolta nasce quasi per caso. “Io andavo a Torino tutte le settimane a comprare le macchine. Un giorno, passando vicino allo stabilimento della Nardi, sono entrato a vedere. Così, per curiosità”. Quella visita non è programmata, né strategica. È istinto puro. Danilo entra nello stabilimento e scopre che il signor Nardi veniva da Vicenza come lui, che ci si era trasferito dall’Alto Adige. La sintonia è immediata, naturale. “Ci siamo capiti subito. Era uno che costruiva davvero. Mi disse: «Perché non prendi delle roulotte?». Io risposi che ero entrato solo per guardare. E lui: «No, prendine quattro»”. Quattro caravan: Monica, Sabina, Patrizia e Valentina. Senza studi di mercato, senza business plan, senza alcuna certezza che il mercato fosse pronto. “Le ho comprate d’istinto. Le ho fatte arrivare a casa. Mia moglie si è trovata quattro roulotte davanti e non capiva nemmeno perché”.
È una scena che oggi fa sorridere, ma che racconta perfettamente il modo di fare impresa di Danilo Bonometti: fiducia nel prodotto, capacità di leggere prima degli altri un cambiamento, coraggio nell’assumersi il rischio. Quelle quattro caravan vengono esposte insieme alle auto, quasi a testare la reazione del pubblico. La risposta arriva subito. “Ho capito che c’era qualcosa. La gente si fermava, faceva domande. Era un modo nuovo di pensare la vacanza”. Nel 1975 Bonometti si presenta alla Fiera del Tempo Libero di Vicenza con Nardi, affiancato dallo stesso costruttore. È il primo vero debutto pubblico nel mondo dell’en plein air. “Io non sapevo niente di fiere, di roulotte. Nardi mi insegnava tutto: come presentarle, come venderle. Mi diceva: «Non devi regalare niente, perché questa è una roulotte diversa: è una Nardi»”. Da quel momento il passo è rapido. Accanto a Nardi arriva Fendt, con cui nasce un rapporto destinato a durare decenni. “Con Fendt ho parlato subito con l’importatore. Da lì non ci siamo più lasciati”. Il 1974 non segna solo l’inizio di una nuova linea di prodotto, ma la nascita di una nuova identità imprenditoriale. Bonometti non vende più soltanto veicoli: inizia a vendere un’idea di libertà, di viaggio, di tempo per sé. “Io venivo dal mondo dell’auto, ma qui era diverso. Non vendevi solo un mezzo, vendevi un modo di vivere”.

L’arrivo dei primi motorizzati
Alla fine degli anni Settanta, mentre le roulotte continuano a crescere, qualcosa sta cambiando. Il pubblico si evolve, le esigenze si trasformano, il viaggio diventa più dinamico. Bonometti lo percepisce prima che diventi una tendenza consolidata. “Io vedevo che stava nascendo un altro modo di viaggiare. Non era più solo trainare: la gente voleva muoversi, fermarsi, ripartire”. Nel 1978 entra in contatto con l’ingegner Ghezzi di Elnagh, proprio mentre i primi autocaravan iniziano ad affacciarsi sul mercato italiano. È una fase pionieristica: non esistono modelli di riferimento, non esiste una rete strutturata di assistenza, non esiste nemmeno una cultura diffusa del camper come la intendiamo oggi. Si sperimenta, si prova, si modifica e si riparte. All’Expo Motor di Verona, Bonometti espone modelli destinati a fare scuola, tre autocaravan Elnagh (Poker, Black Jack, Baccarat), accanto a soluzioni sperimentali come il Trial Nardi, un prototipo su base FIAT 238 che rappresenta uno dei primi tentativi concreti di superare il concetto di caravan trainata. Un laboratorio su ruote, più che un prodotto finito. Di quegli anni Bonometti conserva soprattutto il senso della ricerca continua. “Erano esperimenti veri. Cose che oggi non si potrebbero più fare, ma che allora servivano per capire dove si stava andando”. Non era solo vendita: era partecipazione attiva allo sviluppo del prodotto. “A quei tempi mi era concesso di stare in sala prototipi alla Elnagh. Guardavo come erano fatti, facevo domande, facevo osservazioni. Non perché fossi un ingegnere, ma perché dovevo venderli e poi fare l’assistenza. Ero un buon consigliere per i progettisti. E questo successe anche più tardi, con il Gruppo Hymer: mi facevano vedere i prototipi prima che uscissero. Non era scontato, voleva dire fiducia. Sapevi cosa sarebbe arrivato sul mercato molto prima degli altri, e questo faceva la differenza”. Nonostante l’esplosione dei motorizzati, Bonometti non abbandona le caravan. Al contrario, rafforza la gamma, costruendo un’offerta completa. “Io non ho mai fatto una guerra tra caravan e camper. Dovevano convivere. Il cliente doveva poter scegliere”. Negli anni Novanta, Bonometti diventa importatore di Hobby per l’Italia, e successivamente anche per la Cina e la Corea del Sud.

Centro Caravan Bonometti a Cornedo Vicentino nel 1976

Dalla sperimentazione alla rete
Tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta il mercato cresce rapidamente e si struttura. Bonometti entra in relazione con Arca, allora a Pomezia, in una fase di forte espansione industriale. Un’azienda che punta sul prodotto, sulla qualità costruttiva, su una propria identità tecnica. Parallelamente, nel senese, Luano Niccolai fonda Rimor. Una realtà diversa per impostazione: più snella, più imprenditoriale, più focalizzata sull’efficienza produttiva. Bonometti frequenta la fabbrica, osserva, studia. “Con Niccolai si andava in catena di montaggio. Era un uomo molto pratico. E il sistema Rimor funzionava”. È in questo contesto che nasce l’esperienza Dueerre, società creata insieme a Rimor e a tre concessionari – Bonometti, Costantini e Grosso – per sviluppare un progetto industriale condiviso. Non un semplice accordo commerciale, ma un coinvolgimento diretto. “Eravamo dentro, non fuori. Abbiamo investito i nostri soldi e smettevamo di essere soltanto distributori, diventavamo parte del processo costruttivo”. L’esperienza non durerà nel tempo, ma segna un passaggio fondamentale: per la prima volta il concessionario entra nel cuore dell’industria. Non più semplice intermediario, ma soggetto attivo nella costruzione dell’offerta. Negli anni Ottanta, mentre il mercato consolida la propria crescita, Bonometti compie un altro passo decisivo: integra servizi strutturati all’attività commerciale. Nascono officine attrezzate, magazzini ricambi, market accessori. L’azienda non è più solo un punto vendita, ma un centro completo per il viaggiatore. “Se vendi un camper e poi non sei in grado di seguirlo, hai sbagliato mestiere”. Nel 1985 vengono inaugurate le grandi esposizioni al coperto di Verona e soprattutto di Vicenza, con i suoi 27.000 metri quadrati distribuiti su più livelli. È una scelta strategica: dare al cliente uno spazio che sia esperienza, non solo esposizione. In quegli anni Automarket Bonometti diventa anche concessionario del marchio Peugeot nel settore auto. Intanto Laika, uno dei marchi premium del settore, entra nel Gruppo Hymer e Bonometti diventa concessionario esclusivo per il Veneto e concessionario per il Trentino-Alto Adige. L’ingresso in Laika rappresenta un salto qualitativo importante, soprattutto in termini di posizionamento e immagine. Bonometti arriva a portare in fiera a Vicenza sette, otto veicoli insieme, in un’epoca in cui operazioni simili erano tutt’altro che comuni. Con l’avvento dei grandi gruppi industriali cambia anche il modo di lavorare. “Una volta parlavi con l’imprenditore. Oggi parli con i manager. È diverso. Non dico meglio o peggio, ma è diverso”. Eppure una cosa non cambia: la selezione dei marchi. “Io non ho mai voluto avere tutto. Ho voluto avere quello in cui credevo”. Negli anni Novanta e nei primi Duemila, Bonometti consolida definitivamente il proprio modello organizzativo: grandi superfici, officine strutturate, servizi finanziari, noleggio. L’azienda supera le cento persone e si espande con le sedi di Castelfranco Veneto e Trento. Parallelamente, il settore auto viene progressivamente abbandonato. “A un certo punto i numeri erano chiari. Il futuro era tutto nel caravanning”.

Le fasi critiche e il mercato
In sessant’anni di attività, Bonometti ha attraversato fasi critiche molto diverse tra loro. Non semplici rallentamenti, ma vere e proprie svolte che hanno cambiato il modo di fare impresa nel settore dei veicoli ricreazionali. La prima grande frattura arriva con la crisi finanziaria del 2007-2008. È una crisi di sistema: si blocca il credito, crolla la fiducia, le famiglie rinviano gli acquisti importanti. Il mercato italiano, che aveva vissuto anni di crescita, si contrae improvvisamente. “Lì si è fermato tutto. Non era un problema di prodotto. Era un problema di soldi e di fiducia”. Per anni il settore resta in una fase di ridimensionamento. Molti operatori scompaiono, altri si ristrutturano. È una crisi “classica”, legata all’economia reale. Poi arriva il 2020. E la crisi cambia completamente natura. Con la pandemia accade qualcosa di inatteso: la domanda esplode. Il camper diventa simbolo di libertà, sicurezza, autonomia. Ma proprio mentre il mercato chiede prodotto, le fabbriche si fermano, la componentistica manca, la logistica si inceppa. “Avevamo clienti pronti a comprare, ma non avevamo i veicoli da consegnare”. È una fase paradossale: domanda altissima e offerta insufficiente. I tempi di consegna si allungano, i listini salgono, gli sconti spariscono. Il mercato è sostenuto dalla scarsità. Proprio da quella dinamica nasce la terza fase, quella attuale. Tra il 2024 e il 2025, con la produzione tornata a pieno regime e con l’obiettivo di recuperare i volumi mancati, l’industria produce molto – forse troppo. A questo si aggiungono le immatricolazioni anticipate per adeguamenti normativi. Il risultato è un overstock diffuso, che genera pressione sui concessionari e tensioni sui prezzi. “Durante la pandemia non si facevano sconti. Oggi si svende. È questo è il problema”.
In questo scenario complesso, Bonometti guarda al settore con lucidità. Riconosce che qualcosa è cambiato anche nel modo di fare impresa. Il rapporto diretto con l’imprenditore, tipico degli anni Settanta e Ottanta, ha lasciato spazio a strutture manageriali più articolate. Anche la clientela è cambiata: “Oggi il cliente è più informato, ma non sempre più consapevole”. Eppure l’azienda continua a crescere, grazie all’importante passaggio generazionale avvenuto già nel 2001 con l’arrivo in azienda della figlia Anna, dal 2008 alla guida della parte finanziaria e amministrativa, e nel 2010 quando il figlio Stefano ha preso il timone di vendite/marketing/assistenza. “Io do ancora qualche consiglio. Ma il futuro è loro”. Nel 2026 Automarket Bonometti compie 60 anni. Non è soltanto un traguardo cronologico. È la dimostrazione di una traiettoria costruita attraversando cicli economici, trasformazioni industriali e cambi generazionali, senza mai perdere identità. “Questo settore continua a emozionarmi. Nonostante tutto”. Ed è forse questa la sintesi più autentica: non un imprenditore che ha semplicemente seguito il mercato, ma uno che ne ha visto nascere le stagioni, affrontato le crisi e accompagnato le evoluzioni, restando sempre dentro al cambiamento. Sessant’anni dopo l’inizio di questa avventura imprenditoriale, la strada continua, e con molti altri chilometri di storia ancora da scrivere.

Anna, Danilo e Stefano Bonometti celebrano i cinquant’anni di collaborazione con Fendt.
Sotto a sinistra: la famiglia Bonometti al completo, con la signora Maria Pia, moglie di Danilo